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Se il falso entra nei negozi veri

 

da ECONOMY 5 luglio 2006, pagg. 48-49

 

Ormai i produttori di «patacche» realizzano capi e accessori a elevati livelli di qualità. Distinguerli da quelli originali è quasi impossibile. Le forze dell'ordine non bastano. Così le aziende si rivolgono ad agenzie private.

 

Dalle bancarelle alle vetrine del centro: è questo il percorso che, da qualche tempo, sembrano aver intrapreso vestiti e accessori falsificati.

 

La qualità crescente dei capi contraffatti e i pochi scrupoli di troppi commercianti, attratti dai guadagni «gonfiati», stanno trasformando il mercato mondiale della moda in un «suq» dove il confine tra legale e illegale è sempre meno decifrabile per consumatori e controllori.

 

L'ultimo caso clamoroso, in ordine di tempo, è quello che vede contrapporsi la casa di moda italiana Fendi e i supermercati della catena statunitense Wal-Mart a causa di una cospicua partita di borsette e accessori fasulli venduti come se fossero originali in saldo.

 

Ma è soprattutto in Italia, patria di 9 delle 15 griffe più contraffatte, che il problema ha assunto dimensioni notevoli.

 

Guardia di finanza, polizie municipali e Indicam (l'istituto di Centromarca che si occupa della lotta ai falsi) concordano su un dato allarmante: la percentuale di comercianti regolari che ogni giorno vendono ai loroclienti imitazioni delle griffe più prestigiose è in continuo aumento.

 

«La tendenza è questa» conferma a Economy Silvio Paschi, segretario generale di Indicam.

 

«Il problema, del resto, riguarda l'intera filiera: negozianti disonesti proliferano perché a monte ci sono grossisti e produttori altrettanto disonesti, capaci di piazzare contemporaneamente i capi originali e le loro copie».

 

Insomma, se i fatturati della moda italiana continuano a essere in salute, l'industria della contraffazione li segue passo passo.

 

Nel nostro Paese il giro d'affari ha raggiunto nel 2005 la cifra record di 7 miliardi di euro.

 

Per il momento i maggiori poteri in carico alle polizie locali hanno solo provocato una lieve crescita dei sequestri e una raffica di multe in più per abusivi e acquirenti.

 

«Ma non è con queste sanzioni che si debella il fenomeno alla radice» osserva ancora Paschi.

 

«Servono leggi più stringenti, ma soprattutto sanzioni penali» rincara Daniela Mainini, presidente del Centro studi anticontraffazione, nato per promuovere la collaborazione tra le aziende italiane, governo e forze dell'ordine.

 

Da questo punto di vista, il fatto che il nuovo governo di Romano Prodi non abbia ancora provveduto a nominare un nuovo commissario Anticontraffazione (il leghista Roberto Cota, che aveva svolto un intenso lavoro) non migliora certo le prospettive.

 

«Mi auguro che il ministro Pierluigi Bersani venga presto sollecitato in questo senso» dice Mainini.

 

Polemiche politiche e «ricette» a parte, c'è un altro dato interessante che emerge osservando la reazione di molte griffe del nostro Paese: il lavoro dei «contractor», agenzie private a libro paga dell'azienda e vincolate al segreto.

 

«Si tratta di una tendenza inevitabile in un mondo così specialistico quale la tutela della proprietà intellettuale» conferma Mainini.

 

Esperi di diritto, segugi in grado di risalire da un capo falso alla fabbrica asiatica che l'ha prodotto, maghi della Rete 007 infiltrati nei canali di vendita illegali: il mercato è ormai pronto a soddisfare ogni esigenza.

 

E i risultati si vedono, se è vero che quasi ogni marchio (compresi quelli di fascia intermedia e le catene di abbigliamento) ha ormai il suo contractor di riferimento.

 

A spartirsi un mercato che secondo le stime più attendibili vale tra i 10 e i 15 milioni di euro l'anno sono soprattutto i colossi internazionali come la statunitense Marck Monitor (in portafoglio clienti come H&M e Apple) e il gruppo Kroll.

 

«In Italia il business dell'anticontraffazione è molto interessante, visto che cresce da anni a ritmi costanti» spiega a Economy Charles Carr, responsabile europeo di Kroll.

 

«Sfruttiamo il know-how investigativo per individuare fabbriche, falsari e sistemi di distribuzione illegali per conto del cliente.

 

Poi giriamo le informazioni alle forze dell'ordine dei Paesi ospitanti, le uniche autorizzate a stroncare legalmente il fenomeno».

 

Gli 007 privati si concentrano oggi anche sulla vendita via internet, un canale con tassi di crescita annui compresi tra il 50 e il 75% e dove le forze dell'ordine hanno meno strumenti a disposizione.

 

Non è un caso se Protect Veritas, una delle prime agenzie private italiane, è nata da una costola di Ebay, popolare sito di aste online.

 

Tra le altre società, tutte fondate negli ultimi due anni, Carpinvestigation, Solos (la prima ad aver messo a punto un sistema di tracciabilità delle fibre tessili) e la milanese Ikon Corp, guidata dall'ex security manager di Prada Fabio Comini.






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